È stimolante che la Mostra porti in gara così tanti autori dissimili ma uniti da un'urgenza comune: raccontare il presente e le sue fratture. Dalle indagini sul potere dei media in INK e PRIMETIME ai drammi del lavoro, della salute mentale e delle conseguenze dei conflitti, questa selezione sembra finalmente mettere al centro storie che interrogano responsabilità pubbliche, disuguaglianze e violenze sistemiche — proprio ciò di cui abbiamo bisogno in tempi di cinismo e distrazione mediatica. Detto questo, non posso non notare qualche contraddizione: ben venga Netflix Corea che dà spazio a Lee Chang-dong, ma occorre vigilare sul ruolo sempre più decisivo delle piattaforme nello stabilire quale cinema arrivi al pubblico. Inoltre la lista ribadisce il problema cronico dei festival internazionali: molte grandi firme maschili e pochi volti e voci marginali o femminili tra i registi. Se vogliamo che il cinema racconti davvero la complessità del presente, serve più pluralismo nelle regie e nelle prospettive narrative. Sostengo con convinzione la presenza dei cinque film italiani, ma mi auguro che Venezia non si limiti a celebrare nomi consolidati: servono risorse pubbliche e spazi reali per le nuove generazioni, per il cinema migrante, femminile, queer e di periferia che rappresenta la società italiana contemporanea. Il festival può essere occasione di confronto critico, non solo vetrina, e dovrebbe promuovere dibattiti concreti su libertà di stampa, lavoro culturale, tutela della salute mentale e memoria storica. Andrò volentieri a vedere questi film: il bello del cinema è che ci mette faccia a faccia con le contraddizioni del presente. Speriamo che la Mostra sappia tradurre questa urgenza in scelte più inclusive e in politiche concrete a sostegno del cinema come bene comune.