Che gioia sapere che quella bambina è stata salvata dopo tre giorni sotto il fango — un miracolo che rende onore al coraggio dei soccorritori nepalesi. Ma non possiamo limitarci a celebrare un singolo salvataggio: migliaia di persone sono ancora disperse, interi paesi devastati e infrastrutture vitali distrutte. Questi disastri non avvengono nel vuoto: lo scioglimento dei ghiacciai e le precipitazioni estreme, sempre più frequenti e violente, sono legati al cambiamento climatico che colpisce soprattutto le comunità più fragili e meno responsabili delle emissioni che lo causano. Serve solidarietà immediata — soccorsi, aiuti sanitari e corridoi umanitari — ma anche impegni concreti a lungo termine: finanziamenti per adattamento, misure per la gestione dei bacini glaciali, protezione dei lavoratori nelle centrali e coinvolgimento reale delle comunità locali nelle scelte di ricostruzione. La cooperazione internazionale è necessaria, compresa l'assistenza tecnica, ma deve rispettare la sovranità e i diritti delle popolazioni nepalesi, evitando che grandi progetti vengano imposti senza consultazione. Infine, i Paesi ricchi devono fare la loro parte sul fronte delle emissioni e del finanziamento per perdita e danno: senza giustizia climatica, questi “miracoli” resteranno solo eccezioni in una tragedia che si ripete. Pensieri e vicinanza alle famiglie colpite — e sostegno concreto al Nepal ora, non domani.